20 giugno 2009

Il nostro posto! --> Risvegli

;-) Dall'editoriale di Concita de Gregorio (agosto 2008)

Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.
Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto.
Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.
Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.
Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.

1 giugno 2009

LESS IS MORE: vorrei un mondo migliore


Il progetto unaltropo.com nasce da un moto spontaneo di un animo, da un urlo che cambiare si può e che non ci si deve rassegnare mai, che bisogna agire e fare quello che si può anche solo con le proprie forze nella nostra piccola vita.

E Giacomo questo può: fare un viaggio lungo il fiume PO, una volta fonte e vettore di vita che ora è quasi cosa morta e inutile, un viaggio a remi e vela quasi anacronistico eppure tanto attuale e indispensabile per invertire la rotta, la rotta di un progresso sfrenato e cieco che ci ha fatto dimenticare di quello che siamo stati e di quello che ci fa veramente bene.

Giacomo è una persona semplice che è stato varie cose nella vita attraversando le esperienze più disparate, viandante, ricercatore e documentarista, con una sapienza del vivere con poco o nulla, che oggi vive su una barca nella laguna di Venezia e sa resistere a tutte le condizioni.

Il viaggio lungo il Po è un’esperienza dettata dall’istinto non dal calcolo, che esce dagli schemi classici del viaggio ad effetto e dal bisogno di sponsorship. Giacomo non chiede nulla ma riceve quello che la gente e la strada regaleranno: un’esperienza fuori dai meccanismi del mercato che si autoalimenterà lungo il cammino in maniera spontanea esclusivamente dalla bontà d’animo di chi saprà aiutarlo, dalla necessità di riattivare un economia virtuosa dello scambio, di sentimenti e di cosa gratuite, perché si sentono dal cuore, perchè è giusto e non perché conviene. Chi vorrà donerà spontaneamente e crediamo che un ritorno seguirà in maniera naturale.

Un viaggio senza pretese di educazione, ma con la volontà di puntare la luce su quello che ci stiamo dimenticando: il Po, il fiume come metafora della vita. Andare lenti senza progretti e mete, perdersi lungo il flusso dell’acqua per azzerare tutte le sovrastrutture inutili che ci appesantiscono la vita, le finte sicurezza materiali, fare il vuoto e godere della irresistibile sensazione di libertà di farsi trasportare dalla corrente, dalla forza delle braccia umane, dal vento che soffia, da forze che esistono nella natra e che non dobbiamo generare con conseguente danno ambientale.  Il vero lusso è essere e basta, stare con la sola leggerezza dell’essere e semplicemente essere per stare bene.

Le cose succedono se proviamo ad ascoltare gli altri essere umani e la natura che ci circonda, se facciamo silenzio per un attimo possiamo ascoltare il battito dei cuori dei nostri simili fino a un concerto tamburante in tutto il mondo, se facciamo silenzio anche ora e mettiamo l’orecchio a terra possiamo quasi sentirlo il battito del cuore della terra e di tutti gli esseri viventi…

Un viaggio che può essere la chiave per ritrovare la nostra vera natura e lasciare i pesi inutili, godere della circolarità del dono, del tutto che va e torna se sappiamo dare e ricevere.
La vera felicità non è avere cose, ma la consapevolezza che attrae le cose, la prosperità è un modo di vivere e pensare non avere cose, la povertà è un modo di vivere e pensare e non la mancanza di cose... :-), less is more

http://unaltropo.com




Alle volte la realtà supera la fantasia..

Nello scandalo della pornopolitica  italiana, ormai la realtà supera la fantasia, ogni giorno si leggono nuove e incredibili vicende nemmeno immaginabili dalla mente perversa del più spregiudicato sceneggiatore di soap opera sottocosto..
Siamo diventati un paese ridicolo che dall'estero guardano con un misto di ironia e disprezzo, la nostra credibilità e rettitudine hanno toccato i limiti più bassi della storia patria a causa di un personaggio che gli ialiani continuano inspiegbilmente e votare. 
Ma allora ci viene da chiderci come sia possibile: dobbiamo veramente pensare che siamo diventati una dittatura telecratico populista, che il dominio sui media ha fatto scivolare lentamente le menti degli italiani in un torpore annichilente tra pomeriggi al centro commerciale e serate davanti ai reality,  oppure che altra spiegazione potrebbe esserci? Tutto il potere è omai concentrato nelle mani di una persona sola e tutti stanno asservendosi un po' alla volta, solo qualche magistrato e rari giornalisti agiscono liberamente, ma già si vedono i bavagli agli ultimi resistenti.  (minacce nel caso Mills e foto delle festine bloccate..). 
La domanda è dunque quando e come ci possiamo risollevare? dobbiamo attendere l'uscita di scena del dittatore, o l'affermazione del ledear della sinistra Fini, o che la moglie tiri fuori qualche scheletro, che una vallette si ribelli e smarscheri l'impunito, insomma la democrazia italiana è inevitabilmente legata allo scoppio di un tubo e agli effetti collaterali  di un farmaco blu? dobbiamo sperare in un abuso da onnipotenza o in qualcosa che gli scienziati della Pfizer hanno tralasciato...?

Ecco cosa scrivono alcuni tra i principali giornali stranieri:  
 Il Times: "Cade la maschera del clown"s'intitola l'editoriale del Times, il secondo su questa vicenda dopo quello altrettanto duro del 18 maggio, pubblicato al primo posto fra i tre commenti del giorno nella pagina degli editoriali. "La qualità del governo Berlusconi non è una questione privata", afferma il sottotitolo. "L'aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo", comincia l'articolo. "Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria 'privacy', pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente".